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  1. Leone Contini Says:

    “American Cornucopia” aka “Children of Harlem”
     
    “Children of Harlem” racconta la germinazione di grano all’interno di un cappello di plastica trovato per strada nel sud di Manhattan, a fine novembre 2007, e riempito di cotone idrofilo e semi pochi giorni dopo, ad Harlem.
    Ad un primo sguardo sembra voler immortalare un momento di quel processo naturale che e’ l’impulso vitale primario, la wille schopenhaueriana.
    Tuttavia il grano non e’ una bacca selvatica ma un cereale addomesticato dall’uomo e da lui plasmato nel corso dei millenni, il grano e’ pane, allo stesso tempo sostentamento materiale ed epicentro simbolico delle comunita’ umane a partire dall’invenzione dell’agricoltura.
    Gli albori dell’umanita’ hanno avuto come sfondo la natura selvaggia, potenza priva di disegno, forza distruttrice. Ma accanto a questa forza priva di coscienza c’e’ un’altra forza, che continuamente crea, costruisce, elabora strategie. E’ Prometeo che dona il fuoco agli uomini, e’ l’agricoltura che sottrae le comunita’ umane all’incubo della fame e all’arbitrio del caso, e’ il rituale che allontana la carestia e propizia i raccolti, ma e’ anche l’elaborazione di codici morali, che sottraggono l’uomo ad una condizione di barbarie e di guerra permanente. Questa forza creatrice e curatrice si oppone nel corso della storia alla forza bruta della natura, e alla ferocia dell’uomo contro l’uomo.
     
    “Children of Harlem” e’ dunque contro-potere, potere rituale e potere morale, e’ omaggio ad una disposizione che radica continuamente, coltiva, si prende cura di innumerevoli metaforiche esistenze che emergono dal vuoto semantico della pre-nascita, le contiene all’interno dell’ abbraccio fluorescente di un cappello magico-ironico.
     
     
    “Childrem of Harlem” e nazione afro americana
    “Childrem of Harlem” e’ stato concepito e realizzato nel cuore di Harlem, ed il titolo, che allude alla nuova generazione afroamericana, e’ una promessa di futuro e speranza di un riscatto collettivo. “Childrem of Harlem” e’ dunque allegoria di una comunita’ che risorge.
    Il martirio della nazione afro americana e’ in questo senso emblema universale della ferocia del potere: ma di fianco al potere schiavista che deporta milioni di esseri umani attraverso l’oceano, esiste un altro potere, positivo, prometeico, aggregativo, il cui luogo di manifestazione è la quotidianità ed il cui ambito di pertinenza abbraccia la vita, la morte, l’identità privata e quella collettiva.
    E’ il potere di creare, coltivare, e preservare una cultura pur nella deportazione, nell’asservimento e nella discriminazione.
    E’ tuttavia potere interstiziale, “germinante” in luoghi inaccessibili allo sguardo della civilta’ dominatrice: sono i luoghi raccolti dell’intimita’ domestica ed intra-etnica, della musica nera, del soul food e di tutto quello che genericamente si definisce “cultura nera” o “identita’ nera”
     
    Dunque si delinea un conflitto permanente tra un potere sradicatore e privo di un disegno morale ed un contro-potere che traccia un nuovo orizzonte di senso, che fonda incessantemente, che pianta metaforici semi di consapevolezza, seppur segretamente, in piccoli contenitori, nascosti negli anfratti delle coscienze.
    “Children of Harlem” è una moltitudine alla ricerca di un racconto corale, fatto delle innumerevoli storie di ciascuno, e che possa tutti quanti contenere, ma in segreto, come il cappello fucsia che solo per un attimo si da’ allo sguardo, inondato da una luce pallida, prima di ripiombare in un’oscurita’ protettrice.

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