Riso, rape e vigneti – Per una prospettiva diversa sugli orti cinesi tra Prato e Firenze

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Mattina presto in un luogo imprecisato tra Firenze e Prato. Il signor X., un contadino originario della Contea di Wencheng, inizia la sua giornata di lavoro. Ha piovuto molto nei giorni scorsi e la terra è fradicia. Mi accorgo che una porzione del campo di forma allungata è completamente allagata, le vigne di sangiovese si riflettono in questa strada d’acqua bassa come in uno specchio. Qualche giorno fa il signor X. mi aveva detto, mentre spalava affondato nel fango, “riso va bene”. Ho pensato che ironizzasse sul fatto che solo del riso sarebbe potuto crescere in quel pantano. Sono anni che  osservo il lavoro dei contadini wenzhounesi in questa parte di Toscana e ho imparato a riconoscere, nominare e cucinare decine di verdure. Quello che non riuscivo neanche a immaginare si è materializzato stamattina su un limpido letto d’acqua: piantine di riso. Una risiera perfetta, sotto il profilo orlato di cipressi delle colline toscane, a pochi metri da vigneti e oliveti. Quello che ieri era una concetto limite, quasi surrealista, oggi è realtà. Domani sarà cibo.

è bello essere qui a due passi dalla risaia, immerso nella serenità della campagna. sulla collina di fronte i vitigni stanno germogliando mentre il sovescio, che è cresciuto rigoglioso, aspetta di essere trebbiato e trasformato in concime biologico. Le radici profonde e salde del vigneto, quelle leggere delle piantine di riso che stanno attecchendo: se un alieno atterrasse oggi qui penserebbe che questo paesaggio agricolo è esistito da sempre.

Ma da una paio di settimane si è scatenata una violenta aggressione mediatica nei confronti degli orti cinesi. Il signor X. non può sospettarlo ma c’è un’arma puntata anche contro di lui, un contadino che passa le sue giornate a dissodare, riparare le serre distrutte dal vento, scavare solchi, concimare, far germinare semi in rudimentali incubatrici incubatrici per poi trapiantare i germogli tra le zolle argillose o nel limo soffice della risaia. La maggior parte degli ortaggi  di cui si prende cura e che nomina in dialetto wenzhounese erano giù stati inseriti da Linneo nelle tassonomie universali nell’opera Species Plantarum, le fondamenta della moderna nomenclatura botanica. Ma per giornalisti e politici locali e per gli organi di controllo queste sono verdure dal “profilo genetico sconosciuto” e sui media si parla confusamente di inquinamento biologico o genetico, semi illeciti, importati clandestinamente dai migranti. La “corruzione del patrimonio locale” è una proiezione persecutoria che compie un giro completo incarnandosi nell’alimento alieno, e così le pratiche agricole dei cinesi vengono combattute con odio, come se minacciassero il corpo sociale. Dovrebbe essere un’ovvietà che i vegetali alimentari, addomesticati dall’uomo attraverso secoli di esperimenti e selezioni, non si propagano automaticamente negli ecosistemi, perché se così fosse vivremmo in un Eden di opulenza. Le innumerevoli varietà di Brassica Rapa che i contadini cinesi coltivano in toscana sono il frutto di un lavoro secolare, di migrazioni di uomini e materiale genetico, di intelligenza politica e di  ingegneria agricola, di sapere medico, conoscenza e cura del corpo umano. Oggi noi temiamo questa ricchezza, come dei regrediti. E pensare che il mite Linneo aveva trovato un posto e un nome per tutti alcuni secoli fa, quando ancora l’Europa, salda nel proprio Sè, si credeva metro universale e padrona del mondo – Ma secoli dopo che in Cina quelle specie erano state sapientemente selezionate, oltre che nominate.

C’è però un dato epocale, così grande da essere difficilmente inquadrabile: i contadini cinesi hanno per la prima volta in un secolo invertito un processo che ha determinato la scomparsa del 70% della biodiversità in Toscana. Grazie a loro queste colline vedono nascere nuovi germogli dopo decenni di declino dell’agricoltura.

La neo-ruralità cinese non è un’agricoltura non del lusso e neppure del sussidio europeo, è più di un orto di sussistenza ma non è intensiva ed è anzi legata alla manualità, ma soprattutto è estranea al concetto di monocoltura. In un ettaro di orti cinesi è presente una varietà genetica impressionante.

Guardo i piloni dell’alta tensione, penso all’inceneritore e al nuovo aeroporto, per finire nelle vigne del contadino toscano, non quelle biologiche sulla collina, ma queste vicine alla risaia: sono legate a mano con i rami del salice secondo una sapienza antica, ma i loro tronchi si stagliano sull’erba arancione bruciata dal diserbante. Anche i canali di scolo sono irrorati di veleno. Tradizione, toscanità e violenza sull’ecosistema possono coabitare. Nel frattempo il signor X., con la sua zappa larga, diversa dalla nostra, sbarba una ad una le piante che infestano il suo curatissimo filare di quelle che in dialetto si chiamano Xian Gu Cai, una verdura già ampiamente coltivata da alcuni anni in Europa (specialmente in Spagna) e conosciuta internazionalmente con il nome cantonese di Bok Choy, e che Linneo nominò Brassica Rapa Chinensis.

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Peperoncino, pomodoroMelanzane

Al Museo Pecci di Prato, ancora sulla verdura cinese a Km0:

km0, installazione. Museo Pecci, Prato 2012

Km0. Installazione, Museo Pecci, Prato 2012: https://www.youtube.com/watch?v=EsfvKRlU3Gs&feature=youtu.be

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